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LA CERAMICA DI MONDOVÌ
Le manifatture

Le manifatture

La prima fabbrica di terraglia tenera del distretto monregalese fu, nel 1805, un piccolo fienile in via Gherbiana, nel quartiere Rinchiuso di Mondovì, di proprietà del medico Francesco Perotti. Era composto di tre locali, di cui uno destinato al forno, che era a due piani: uno per la cottura dei pezzi crudi ed uno dei pezzi in biscotto. All’esterno, nel giardino attiguo, c’erano le fosse per la lavorazione e la stagionatura dell’argilla. Una seconda fabbrica fu presto attivata (1807) poco lontano, nell’edificio detto “Il Convento”, adiacente alla chiesa parrocchiale di Mondovì Borgato, in cui furono trasferiti gli attrezzi della fabbrica di Perotti.

Il primo impianto del quartiere Carassone fu quello di Benedetto Musso, in via Nuova (1813), ricavato da un grande setificio settecentesco, che per alcuni anni il savonese dovette dividere con una fabbrica di tintura di indaco e con una fucina per il ferro.

La derivazione delle fabbriche di terraglia da impianti industriali preesistenti è elemento comune alla storia del distretto monregalese della ceramica. L’impianto di Chiusa Pesio fu infatti ricavato nel 1833 da Michele Giordana da un frantoio per olio di noci; la fabbrica di Villanova in regione Giardini di Annibale Musso era nata da un setificio (1851), come quelle in Mondovì Piandellavalle (1841) e Mondovì Borgato Curassa di Giuseppe Besio e quella di Lorenzo Montefameglio a Mombasiglio (1870).

La seconda fabbrica Musso di Carassone, in regione Follone, era nata nel 1850 da un impianto per la lavorazione della lana, quella dei Gribaudi a Vicoforte Moline da un altro laboratorio ceramico e quella dei Messa, nel 1876, da una fabbrica di zolfanelli.

Le fabbriche monregalesi si ampliarono nel corso dell’Ottocento, dividendosi in reparti a seconda delle fasi di lavorazione e dotandosi di forni grandi ed efficienti che usavano come combustibile il carbone: negli anni a cavallo dei due secoli si dotarono pertanto di alte ciminiere per la dispersione dei fastidiosi fumi di combustione. In alcuni casi (come al Follone di Carassone) furono costruiti forni di tipo “Hoffman” a galleria derivati dall’industria dei laterizi.

Nel Novecento la maggior parte delle fabbriche risultavano di grandi dimensioni ma difficilmente adattabili alle nuove esigenze produttive: su più piani, con solai di legno e in locali angusti, di difficile connessione con le linee ferroviarie e stradali.  Faceva eccezione la fabbrica della Richard-Ginori di Carassone, praticamente costruita ex-novo negli anni a cavallo dei due secoli secondo criteri moderni e con grandi superfici. La crisi della seconda parte del Novecento portò inevitabilmente tutte le fabbriche alla chiusura: La Richard-Ginori nel 1973 (l’altra fabbrica di Carassone, “La Vittoria”, aveva già chiuso nel 1935), la Vedova Besio e Figlio in Piandellavalle di Marco Levi nel 1979, la Beltrandi del Rinchiuso nel 1963; le due di Villanova nel 1964 (la Ceramica Musso in regione Giardini) e nel 1980 (la N.I.C.E. di Silvestrini-Pianetta  in regione Pasquero); quella di Chiusa Pesio, con aggregato lo stabilimento di Vicoforte Moline, nel 1984.

Chi cerca oggi testimonianze visibili del passato ceramico monregalese deve portarsi a Mondovì Carassone, dove lo attendono i resti poderosi ed affascinanti della Richard-Ginori e quelli della Ceramica “La Vittoria”, oppure a Villanova, dove la fabbrica Musso conserva ancora i tratti dell’antico filatoio in cui trovò sede, a metà Ottocento. Gli altri impianti sono stati tutti abbattuti o radicalmente trasformati in modo da risultare non più leggibili.

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